Flumen

Roma, 2017- on going

Scendere le solide scale in pietra e immergersi per circa diciotto metri nel sottosuolo della città, è come ripercorrere l’altezza di un palazzo rovesciato lasciandosi alle spalle i marciapiedi e le strade, il brusio del traffico e della folla. La distanza dalla città è infinitamente maggiore di quelle   poche dozzine di gradini. Le rive del fiume disegnano un luogo dai confini ideali traslati, ben più lontani di quelli fisici. Il fiume si proietta territorialmente in altri ambiti e, viceversa, porta dentro la città elementi esterni che provengono dallo storico confine tra Etruria e Latium Vetus. Differenze geografiche arcaiche che permangono in alcuni aspetti relativi alla luce, alla materia, alla natura.
Le immagini che si sommano nel percorrere il fiume ci portano in un ideale viaggio che connette alla dimensione sacra che il Tevere ha da sempre intrecciato con Roma, una dimensione che permette ragionamenti riguardo il rapporto tra natura e artificio, tra luogo terreno e ultramondano. Il fiume è stato un margine quasi invalicabile sempre scrutato dalle alture che lo circondano perché essenziale per la vita e la morte, regolatore di raccolti e di disastri naturali. A questa natura dotata di potenza divina si contrappone la tecnica umana che, attraverso la costruzione di ponti, permette di dominarne le imprevedibilità. È la costruzione di un ordine, sempre in divenire, dove il limite diventa attraversabile, la comunità urbana può muoversi, connettersi tra le due sponde. A questo aspetto pratico si aggiunge anche quello spirituale che vede il ponte come connessione con un mondo superiore e il suo costruttore, il Pontifex, il sacerdote di questo rito.