SCARZUOLA

1958-1978
Tomaso Buzzi
Montegabbione, 2012

in La componente archeologica nel progetto moderno, Gregorio Froio, Rubbettino; 2013

Le fotografie di Matteo Benedetti sulla Scarzuola riproducono la straordinaria opera di Tomaso Buzzi (1900-1981), immersa nel cuore del paesaggio umbro. Pensata come residenza personale dell’architetto, figura di spicco del Novecento milanese, nel luogo in cui, secondo la tradizione medievale, Francesco d’Assisi pose le basi del piccolo convento, questa autobiografia in pietra incorpora in sé, in una sorta di accumulo compositivo, le reminiscenze di una cultura umanista, multiforme e metamorfica. Il teatro della memoria mette in scena un viaggio iniziatico: quello simbolico dell’artista – scrittore – architetto in un percorso ascensionale dall’inferno della ragione alle visioni fiabesche (e esoteriche) dell’Hypnerotomachia di Francesco Colonna; i richiami al giardino del Bomarzo, con i suoi grotteschi e le architetture de-stabilizzate; lo spazio compresso e claustrofobico delle carceri piranesiane; i richiami archeologici al Partenone e al Colosseo, fino ai resti della Ianua Coeli, sull’acropoli miniaturizzata.
Lo scatto fotografico di Benedetti recupera e fa suo questa regesto antologico di oggetti architettonici: la sequenza delle porte, varchi metafisici assorti in una luce dechirichiana; il dettaglio delle scale in tufo che salgono accanto al teatrum mundi; il valore evocativo della colonna, riproposto come tema del doppio nell’atrio della Torre di Babele o come architettura ruderizzata, citazione colta del giardino del Desert de Retz; lo spazio compresso e adrianeo del Ninfeo; la sensualità della figura femminile inserita come quinta e come portale; i piccoli padiglioni che presidiano gli angoli del giardino quali custodi di apparizioni silenziose. Lo sguardo fotografico dall’architetto romano diventa esso stesso una forma di narrazione, sequenza seriale che riprende le forme e i suoi materiali con fare sapiente. Protagonista di questa indagine resta, in ultimo, l’idea del Tempo, un tempo assorto, meditativo che la fotografia (a colori e in bianco e nero) incorpora in se quale elemento segreto, carico di mistero.
 
Gregorio Froio